Ieri ho speso due ore della mia vita ad ascoltare una conferenza svoltasi nei giorni scorsi a Padova di cui avevo sentito parlare diffusamente.
Si trattava di un confronto tra Mario Bertolissi, docente di diritto costituzionale e padre “giuridico” del progetto autonomista Veneto, e Massimo Villone, un docente di diritto costituzionale napoletano (potete trovarla qui).

L’ho trovata estremamente interessante; non tanto per ciò che si è detto, quanto nel notare la distanza siderale che c’è tra due individui cos’ profondamente diversi. Da una parte c’è il prof. Bertolissi, un costituzionalista che parla del diritto in funzione del miglioramento della vita del cittadino. Concreto, con la parlata svelta di chi è abituato a non perdere tempo in chiacchiere inutili, appassionato ed a tratti un po’ romantico; dall’altra, il prof. Villone.

Il mio furlan preferito.

Non conoscevo questo austero docente partenopeo prima di vedere la conferenza. Ma è stato assolutamente affascinante vedere l’incarnazione vivente dello stereotipo del grand commis di Stato; l’aspetto un po’ trasandato, una voce lenta e monotona. Una mente brillante ma assolutamente ma granitica nelle proprie convinzioni. Ma soprattutto un‘assoluta intransigenza nel pretendere che il mondo si pieghi al sommo volere dello Stato, di cui egli è una specie di alto sacerdote che, come nell’Antico Egitto, interpreta il volere del suo Dio attraverso cose imponderabili all’ignorante suddito, come il movimento degli astri o lo scorrere di un fiume. E quindi alla richiesta di maggiore autonomia del Veneto si risponde, sdegnati, che non è così che funziona; una regione non può semplicemente chiedere di essere più autonoma ed ottenerlo. Ci sono procedure, sistemi, moduli da compilare e sederi da baciare. E poi, perchè il Veneto vuole tutta questa autonomia? Non sarà mica che una certa politica voglia avere la scusa per poter rubare di più?
Nulla poteva il povero prof. Bertolissi di fronte ad un Moloch del genere. Nulla di ciò che diceva poteva scalfire la corazza di Villone. Come avrebbe potuto? Mentre Bertolissi parlava di bisogni del cittadino, di lavoro, di costruire, di fare, Villone era perso nei meandri della sua biblioteca mentale, disquisendo amabilmente dell’inopportunità di utilizzare procedure previste per le trattative sui ministri di culto religioso per gestire le diatribe sull’autonomia. Due lingue differenti, provenienti da due mondi differenti.

Non siate lombrosiani.

Non nasconderò che vedere questo spettacolo mi ha intristito; vedendolo mi ha ricordato i molti (tanti, troppi) amministratori, dirigenti, dipendenti pubblici e imboscati con la mania della Statolatria che ho conosciuto nel corso degli anni; persone infelici che trovano la propria realizzazione nell’esercitare un potere immeritato, il potere che scaturisce dal fatto di essere gli esecutori di questa imperscrutabile volontà del Leviatano.

Volete sapere chi è che sta mettendo i bastoni tra le ruote al sacrosanto diritto dei Veneti di richiedere che venga applicato l’art. 118 della Costituzione, che prevede l’impegno dello Stato ad agire secondo un criterio di sussidiarietà? Guardate ai tanti Villone che affollano gli uffici pubblici. Guardateli, e sappiate che mentre voi vi spaccate la schiena al tornio, camminate per chilometri e chilometri per suonare campanelli, passate le ore a fare ricerca in un laboratorio o restate svegli la notte per far quadrare i conti della vostra azienda, loro sono occupatissimi ad escogitare stratagemmi perchè nulla cambi. Sono loro i veri avversari dell’autodeterminazione dei cittadini; non hanno colore politico ed arrivano da ogni parte d’Italia. Sono gli adepti segreti di una setta, la Statolatria, che ha come Credo una vecchia massima fascista: “Tutto nello Stato, niente al di fuori dello Stato. Dove” – aggiungo io, “siamo noi che comandiamo”.

Se ghigna quando ti chiede di compilare un modulo, probabilmente è uno degli adepti.

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