In questi giorni di precrisi, con il crollo della produzione industriale di fine 2018 ed una nuova crisi globale che si affaccia all’orizzonte, stanno tornando di moda alcune vecchie dottrine che pensavamo di avere, ormai, relegato in soffitta.
“Lavorare meno per lavorare tutti”. Un mantra che tutti hanno sentito, nel corso della loro vita. E’ la cosiddetta decrescita felice: una filosofia politica che prevede la riduzione delle ore settimanali lavorate dal singolo individuo in favore di una redistribuzione delle stesse per avere una maggiore qualità della vita per i lavoratori.


C’è solo un piccolo problema. E’ una gigantesca cazzata.

La decrescita felice parte da alcuni presupposti errati: il primo è che il lavoro di diverse persone sia uguale. Non è cosi’, e chiunque dica il contrario non ha lavorato un giorno in vita sua.
Il secondo, ben più grave, è che si considera l’economia sia uno “zero sum game”, un sistema a somma zero. Che ci sia una quantità definita di ricchezza e che tutti gli individui prendano una fetta di quella ricchezza.
In realtà, la ricchezza totale di un sistema economico (sia essa misurata in PIL, once d’oro o Big Mac) altro non è che l’insieme delle ricchezze prodotte dai singoli individui. E la ricchezza prodotta da un individuo è diretta conseguenza della quantità di tempo lavorata moltiplicata per la sua produttività. In altri termini, QUANTO tempo lavora e, soprattutto, COME lavora. Una banale moltiplicazione, che non ha nessun tetto, nè teorico nè pratico.
Questo errore logico è un errore incredibilmente comune nel dibattito politico italiano; lo sentiamo quando, ad esempio, un politico critica l’immigrazione incontrollata perchè genera masse di lavoratori a basso costo. Sia chiaro: l’immigrazione incontrollata E’ un problema, ma il problema non riguarda il mercato del lavoro ma l’atomizzazione della società dovuta all’inserimento di culture e religioni incompatibili con i principi fondanti della società stessa. Il mercato del lavoro può solo che beneficiare dell’ingresso di nuovi lavoratori che accrescono con il loro lavoro la ricchezza di tutto il sistema economico.


E non è l’unico esempio; in Italia c’è un tetto di ore in cui si può lavorare in una settimana – una norma che parte dal presupposto riduzionista per cui esiste un tetto massimo di ore lavorabili e che sia necessario, quindi, evitare che qualcuno ne consumi troppe.


C’è, però, un principio giusto all’interno della decrescita felice; quello per cui lavorare meno ore sia un qualcosa di positivo per l’individuo. E’ un fenomeno ampiamente studiato, che però fa a pugni con una società dove il rapporto psicologico tra tempo e salario è molto più forte che tra lavoro e salario. Tuttavia, è proprio in questo cambio di paradigma che si può trovare la soluzione per una migliore qualità della vita: nel rafforzare il legame tra il lavoro effettivamente svolto (e quindi la propria produttività) e il corrispettivo in denaro, di modo da potersi permettere di lavorare meno ore senza, per questo, rinunciare a parte del salario che, ricordo, è direttamente proporzionale al lavoro svolto. Si diminuisce il QUANTO, ma si migliora il COME. Un cambio di paradigma che però non piace ai teorici della decrescita, perchè parte da un presupposto quasi banale: non siamo tutti uguali, e non tutti abbiamo la stessa produttività. Ed è proprio in questo mal di pancia che si svela la vera natura della decrescita felice, che altro non è che il solito vecchio marxismo.. Di cui facciamo volentieri a meno.

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